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Decreto Legge Balduzzi: ecco cosa cambia per la salute, la sicurezza e l’economia del Paese (II parte)

Posted: 01/10/2012 alle 5:59 pm   /   by   /   comments (2)

Proseguiamo con la presentazione di alcuni tra i principali punti del decreto Balduzzi che, come detto in precedenza, dovrebbero portare novità nell’ambito sanitario. Per inciso, il titolo che porta il Decreto è illuminate: “Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un piu’ alto livello di tutela della salute”.

Rivela una impostazione ideologica che presuppone  una  relazione significativa (quasi un  collante) tra economia e salute, ma non nel senso che una economia florida garantisce servizi migliori e quindi tutele per la salute, come sarebbe auspicabile. Più semplicemente, come ha dichiarato il premier  presentato il Decreto che la salute è un ambito produttivo come tutti gli altri. 

Proseguiamo con l’esame del Decreto analizzando alcune prescrizioni che comportano cambiamenti nella commercializzazione di alcuni prodotti da cui si presume debbano derivare  miglioramenti nei cosiddetti “stili di vita” e forse anche risparmi.

  • La percentuale di frutta presente nelle bevande  “vendute con il nome di uno o più frutta a succo”: nel corso della stesura del Decreto i media avevano dato notizia dell’ipotesi di porre una sopratassa si questi prodotti.
    Questa misura, beninteso, non avrebbe indotto i produttori a confezionare alimenti più salutari, o con minori (o senza) additivi chimici, coloranti, o zuccheri, ma come è ovvio avrebbe prodotto solo un rincaro per i consumatori, che comunque non sarebbe gradito ai produttori con il paventato rischio di veder calare le vendite. Nella forma definitiva del Decreto non c’è traccia di sovrattasse e, invece, si è optato per la prescrizione di un 20 % minimo di succo naturale di frutta, (art. 8, comma 16).
    Ma con una condizione: ciò potrà avvenire “decorsi 6 mesi dal perfezionamento con esito positivo della procedura di notifica di cui alla di cui alla direttiva 98/34/CE”, quindi dovrà passare al vaglio della Comunità Europea.  E sembrerebbe anche logico dato che nella maggior parte dei casi le aziende produttrici sono multinazionali.
    Ma, pare in contraddizione con quanto previsto al comma 1 dell’art. 8 che recita: “gli stabilimenti di produzione e confezionamento dei prodotti sono riconosciuti dalle regioni, dalle province autonome di Trento e Bolzano e dalle ASL”. Forse il controllo sarà più mirato (riservato?) alle piccole aziende locali, senza infastidire troppo le corporation?
     
  • Proibizione di utilizzo del latte crudo nelle mense scolastiche (art. 8, comma 10). E’ possibile, però, la vendita al dettaglio sia del latte crudo sia del pesce crudo previa esposizione di informativa ai consumatori  che vengono tutelati mediante opportuna informazione. Norme par’altro già in vigore per tutti gli alimenti.
    A questi divieti sono dedicati ben 10 commi dell’art. 8, e pertanto si percepisce una sovrastima del rischio per la salute derivante da tale pratica (per’altro non diffusissima). Le sanzioni amministrative pecuniarie per chi non ottempera alle disposizioni che vanno dai 5000 ai 50.000 euro.
    Colpisce la severità di tali sanzioni al cui confronto i 2000 € previsti per i tabaccai non osservanti il divieto di vendita ai minori, sembrano ben poca cosa.  Per non parlare delle sanzioni prima previste poi totalmente ritirate nel Decreto approvato, per le concessionarie di “giochi con vincite in denaro” fino a 50.000 € e in caso di recidiva fino a 100.000€.
    Piuttosto che attingere alle casse dei titolari di giochi, meglio mietere i giocatori: poi, se è il caso, gli faremo fare qualche curetta nel Servizio Sanitario Nazionale.
     
  • Anche l’uso dei farmaci potremmo dire fa parte degli “ stili di vita”, oramai. A questo argomento è dedicato tutto il lunghissimo Capo III con una sequela di norme molto tecniche e complesse su cui sarebbe auspicabile l’intervento di qualche autorità indipendente (ove ne fosse ancora sopravvissuta qualcuna dopo i duri colpi di “risanamento”  inferti agli istituti di ricerca autonomi dalle case farmaceutiche).

Lo fa la LUIMO (Libera Università di Medicina Omeopatica) a proposito dell’ art. 13 che titola “Disposizioni in materia di medicinali omeopatici, anche veterinari e di sostanze ormonica”. Nell’articolo dal titolo: “La fine della medicina della persona?” all’indirizzo    https://www.luimo.org/news.php?id=NE000155, sono ben chiarite le ricadute che tali disposizioni indurranno su quanti esercitano la medicina omeopatica e su tutti i pazienti che seguono questo indirizzo terapeutico, che sono una bella fetta di popolazione con una significativa penalizzazione del settore.

Una osservazione la si vuol spendere, invece, sul teorema contenuto in una disposizione precedente al decreto e cioè il DECRETO-LEGGE 6 luglio 2012, n. 95 “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini (nonche’ misure di rafforzamento patrimoniale delle imprese del settore bancario),  convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 135 (G.U. 14/8/2012, n. 189).

Prosegue anche qui, e si percepisce netta, la commistione delle misure relative alla salute contenute nella Legge con una costante attenzione / preoccupazione per il settore economico bancario, come dichiarato esplicitamente  nel titolo  stesso del Decreto.

 “La nuova normativa per i medici è indicata al comma 11-bis. “Il medico che curi un paziente, per la prima volta, per una patologia cronica, ovvero per un nuovo episodio di patologia non cronica  per il cui trattamento sono disponibili più medicinali equivalenti è tenuto ad indicare nella ricetta del Servizio sanitario nazionale la sola denominazione del principio attivo contenuto nel farmaco”.

Il medico “ha facoltà di indicare altresì la denominazione di uno specifico medicinale a base dello stesso principio attivo; tale indicazione è vincolante per il farmacista ove in essa sia inserita, corredata obbligatoriamente di una sintetica motivazione, la clausola di non sostituibilità” https://tg24.sky.it/tg24/politica/2012/08/16/ricette_medici_obbligo_prescrizione_principo_attivo_farmaci_generici_equivalenti.html

In sostanza il  c’è obbligo per il medico di prescrivere il principio attivo del farmaco, invece del nome commerciale. Si potrà derogare indicando una motivazione che spieghi l’insostituibilità del prodotto. Sembra un colpo basso alle case farmaceutiche, ma il risultato certo per ora è solo una gran confusione nei pazienti (gli anziani ma non solo) e code nelle farmacie. In realtà complicando le cose al medico, al paziente e al farmacista, si potranno comunque ancora ottenere gli stessi farmaci.

L’enfasi sul principio attivo e sui farmaci generici segue la teoria secondo cui con questo metodo (che sembra più ideologico che reale) si  risparmia sul capitolo della spesa farmaceutica. Ma, a parte l’interrogativo che può venire su queste aziende e sui nessi che potrebbero avere comunque con le grandi case, mi sembra utile raccontare un’esperienza che mi ha fatto riflettere.

Mi è capitato in più occasioni, a distanza di anni, da turista in paesi anglosassoni (Inghilterra ed Irlanda) di aver bisogno di farmaci. Ho così avuto modo di testare il loro sistema che, per i farmaci non da banco, è il seguente: ci si reca in farmacia con la prescrizione redatta dal medico curante e lì il farmacista prepara una confezione dei farmaci richiesti nel quantitativo esatto necessario al periodo di cura (non di più e non di meno).

Sui contenitori predisposti in farmacia e consegnati al paziente viene applicata una etichetta con il nome e la quantità del farmaco consegnato, quello del medico prescrittore e quello del paziente; l’etichetta è, evidentemente, la stampa terminale di un sistema informatizzato.

Viene da dire: quale controllo migliore? Senza sprechi e con la tracciabilità garantita! E un sistema già rodato da anni in quei Paesi, che sono anche , per così dire, gli inventori del National Health Service e del Welfare State. Mi sono sempre chiesta perché nessuno dei nostri ministri lo abbia mai proposto: non sono mai capitati a Londra o Dublino? E sarebbe anche interessante sapere cosa ne penserebbero le multinazionali farmaceutiche se tale sistema di estendesse a tutta Europa.

Tuttavia bisogna riconoscere che in una nazione, l’Italia (e in alcuni luoghi più che in altri), i cui cittadini sembrano particolarmente versati per la truffa (si pensi ai falsi farmaci e alle false fatturazioni), è arduo dire quale sistema dà più garanzie.

Anche in questo capitolo abbiamo percepito, esaminando il Decreto, un reticolo di norme la cui funzione dichiarata è la “tutela” dei cittadini; ma bisogna riconoscere, ahinoi, che la portata è veramente modesta (il 20% di frutta nei succhi, il divieto del latte crudo nelle mense, la ludopoatia nei Lea, etc).

Sotto il reticolo, invece, si intravedono altri disegni: uno che mira a tutelare (o non disturbare) interessi più “vasti” (l’erario con i tabacchi, le multinazionali dei giochi) senza compromettere equilibri preordinati e stabili; l’altro e un messaggio, quasi subliminale,  che si va affermando con sempre maggiore nitidezza: “Via i diritti. Nulla è più garantito!”.

Come ama ripetere la Ministra Fornero ad ogni buona occasione: quello che avrete “ve lo dovete guadagnare”. E sembra si rivolga ad una platea di ameni e perenni fannulloni. 

Dimenticando che forse è per questi diritti (sanità, scuola, trasporti, giustizia) che si pagano le tasse, non già per garantire stock options ai top manager o vitalizi e stipendi da favola a politici spesso incompetenti ma sempre più trimalcioni, come dimostrano le cronache di queste ore.

E dimenticando che solo una impostazione smaccatamente economicistica può confondere la salute con la produttività:  non è solo storia ma anche stretta attualità (si veda il caso ILVA, o il caso Cina) che la relazione “produttività-salute”  si è dimostrata iniqua e sempre a scapito della salute; e senza freni né etici né pratici si scivola rapidamente sulla china che porta dalla restrizione dei diritti (dai servizi sanitari dietro pagamento, ai contratti Co.Co.Co.)  fino alla loro totale negazione in situazioni di paraschiavitù (lavoro nero e morti bianche).

D’altra parte solo l’impostazione ideologica dell’economicismo spinto può immaginare operazioni come la bocciature da parte del governo (che ha poi fatto dietro front sull’onda di giuste indignazioni) del Registro Tumori in Campania perché troppo costoso, in una Regione assediata dall’inquinamento e dalle discariche, che ha uno dei più alti tassi di morti per tumori.

Ed è sempre la stessa ideologia che partorisce operazioni come quella della liquidazione della Croce Rossa Italiana, mascherata da “riordino”,  notizia per’altro ignorata dalla maggioranza dei media. La C.R.I. fa parte della Croce Rossa Internazionale è un antico e glorioso corpo che in tutto il mondo è al servizio di popoli e cittadini in situazioni di crisi (il corpo militare soprattutto in caso di guerre, disastri e catastrofi), con riconoscimenti a livello mondiale.

Ma anche qui, evidentemente la teoria economicistica suggerisce un organismo meno “rigorosamente pubblico” (che evoca sempre fantasmi di sprechi e fannulloni) e più “privato”, quindi più “duttile e flessibile”. Peccato che le cronache di non molto tempo fa, hanno dato conto di scandali inauditi a carico di protezione civile e grandi eventi, proprio a causa di tale duttilità- discrezionalità.

Leggi la prima parte dell’articolo

Comments (2)

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  • 03/10/2012 alle 9:19 am luigi

    Sono d’accordo con l’autrice dott.ssa Grosso Franca, soprattutto nell’ultima parte che accenna alla chiusura della Croce Rossa Italiana: è qualcosa di veramente inaudito! Si è pensato al bieco interesse con la svendita immobiliare delle proprietà appartenenti alla Croce Rossa, provenienti anche da molte donazioni di persone che credevano nei valori umanitari che fungono da volano dell’Associazione. E’ evidente che alle spalle della stessa vi è qualche “batman” che “predica bene e razzola male!”. Il mio pensiero va indirizzato a tutti i dipendenti che da “statali” si ritroveranno “privati”. Tutto questo sfacelo che il Vertice definisce riordino, ma io affermo disordino, travestito dallo spettro della spending-review, basti riflettere sullo sconvolgimento totale e nazionale di questo immenso apparato che per la trasformazione forzata, sicuramente si dovranno affrontare dei costi notevoli. Ma questo è il giusto prezzo da pagare per risparmiare? ………. mah!!

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    • 08/10/2012 alle 1:32 pm Franca

      Ha perfettamente ragione, Luigi, a proposito della svendita degli immobili e sta diventando una triste prassi quella a cui assistiamo. Il patrimonio pubblico pare destinato ad essere smantellato insieme al patrimonio di professionalità e competenze, senza interrogarsi sul danno che ciò provoca alla collettività. L’alibi di far rientrare i conti prevale su tutto. Con la logica economicistico – aziendalista tutto può essere dismesso e liquidato senza scrupoli. Quando si paventa come paradosso la possibilità che venga venduto anche il Colosseo, ritengo che oramai sia una possibilità non più tanto remota. E quando avremo venduto tutti i gioielli di famiglia cosa faremo?
      Franca Grosso