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Corpometraggi, Rubriche

I paradossi e le suggestioni di D.N.A., il bel libro di Roberto Lombardi

Pubblicato: 06/04/2017 alle 8:14 pm   /   da   /   commenti (0)

Mi piace iniziare questa breve recensione del primo romanzo di Roberto Lombardi con una notazione romantica, poiché ci siamo conosciuti nel 1997, venti anni fa, proprio in un’altra occasione letteraria: volli assolutamente ospitare un suo racconto, Killer, in una piccola antologia che curai, La terra dal mare. Ovviamente, con la sua consueta generosità, Roberto, anche in quella occasione fu disponibile ad una collaborazione ben maggiore: di quella antologia si ritrovò presto ad essere -in effetti- un co-curatore.

Questo suo primo romanzo mi è molto piaciuto e molte sono le cose che mi hanno colpito.

Alcune sono davvero paradossali, a partire dal fatto che, pur essendo un romanzo fantastorico, è -dal punto di vista storiografico- estremamente rigoroso. Nel senso che la fantastoria è ambientata, ‘locazionata’, in un contesto storico ricostruito minuziosamente, con quella capziosità ossessiva presente in tutti gli autori che prediligo.

Un altro paradosso è che, in questo romanzo, capiti che gli umani abbiano la disumanità delle macchine e le macchine, invece, i riflessi biologici e sentimentali degli umani. Gli umani vorrebbero controllare Tutto, con quella fobica ossessività che tradisce la loro inelaborabile angoscia di morte (inelaborabile lo è sempre, per questo ogni analisi è definitoriamente interminabile). Ma ci sono riflessi di biologia e di sentimenti che vorrebbero sottrarsi al controllo, falde di vita e di relazione insurrezionali. Di cui sono portatrici le macchine, non a caso. Depositarie di quel coraggio, di quell’audacia  della vita e dell’amore che solo chi non ‘sente’ una Coscienza Terminale può avere.

Roberto vuole dirci Qualcosa sull’Uomo e sulle Macchine e sulla Speranza, vuole andare a parare su una sua Opinione riguardo al nostro tempo e a dove ci sta portando, un’opinione su di noi e sul nostro futuro. Un’opinione non disvelata ma intellegibile.

Che poi lo stesso capo degli umani sia un prodotto cibernetico e che la sua natura umana (?) -la Natura Profonda, ‘sprofondata’ nel Sotterraneo- sia nascosta-perduta in una lascività disumana (tutt’altro che ‘umana’), immonda perché a-mondica, in dissoluzione perché dissoluta, è un altro paradosso ricco di metafore che sarebbe troppo lungo trattare adesso.

Il Fattore Umano schiva il colpo e la macchina colpisce la macchina. Ma per schivare il colpo deve abbassarsi, abbassarsi troppo, sprofondare, appunto.

Questo scomparire al mondo lasciando un simulacro cibernetico (virtuale?) ricorda altre suggestive immortalità cibernetiche (tutti gli eterni autunni dei patriarchi di Garcia Marquez…). Ma anche altri dittatori di altre Repubbliche delle banane, dal Berlusconi che i medici debbono far vivere 120 anni a Mugabe, di cui la moglie invita a votare anche il cadavere se, ottantaquattrenne, dovesse tirare le cuoia prima delle elezioni. Il Corpo del Capo.

Anche la lascività sotterranea del Capo -occultato e in dissoluzione- ha qualche assonanza con certi strofinamenti messi a verbale da Eterne Olgettine di tutti i luoghi e tutti i tempi.

            Tanta roba, dunque. Scritta molto bene. Di una scrittura che ‘sembra’ troppo costruita e controllata, finché non ci si rende conto che così ‘deve’ essere. Perché è onomatopeica della società troppo costruita e troppo controllata che deve descrivere. Il modo di scrittura è tutt’uno col romanzo, prova a ‘incarnare’ e mediare al lettore l’effetto claustrofobico, soffocante, asfissiante della forma sociale in cui si muovono (meglio sarebbe ‘cercano di muoversi’) i personaggi.

Solo una scrittura così ‘formale’, costruita e controllata, poteva descrivere la società iperformalizzata, ipercostruita e, soprattutto, ipercontrollata che è la vera protagonista del romanzo. Qui forse si disvela l’uomo di teatro, poiché coreografia e scenografia, azione scenica e pannelli di fondo sono, di gran lunga, i veri protagonisti. Mediano al lettore, più ancora della storia, l’atmosfera sociale, la dolorosa alienazione che sostanzia poi il moto insurrezionale e l’attentato alla vita del Capo.

Perché di questo si tratta, questa è la storia: come quando Philip Dick fece arrivare la svastica fin sul sole, si ipotizza che la seconda guerra mondiale sia finita all’incontrario e che Hitler si ritrovi ad imperare ancora nel 1984. E c’è questo attentato a quel che resta della sua vita, durante una partita di calcio che deve designare se sono più forti gli umani macchinizzati o le macchine umanizzate.

Non sveliamo il finale di un libro che diventa sempre più bello e compiuto, e si va sostanziando sempre più, man mano che scorrono le pagine. Diventando man mano, ogni volta, un po’ più di quello che ti aspetti.

Diciamo che è ricco di suggestioni orwelliane e di ‘citazioni’. Fra le tante, quella che più mi ha emozionato è quella (la citazione di…) della morte di King Kong, crivellato in cima all’Empire State Building con tra le braccia l’amata Ann Darrow. Questa citazione ha praticamente ‘sceneggiato’ la morte di uno dei personaggi più belli del libro e la sceneggiatura di questa morte è -secondo me- tra le pagine più belle di DNA.

            Cos’altro dire?: DNA è un libro maturo, strutturato, serio. Non deve temere la responsabilità del proprio valore e della propria serietà. È il rischio ricorrente (spesso l’unico) di ogni opera prima che, in quanto prima, non può avere ancora una misura di sé e della propria qualità.

Mi auguro di tutto cuore che DNA sappia schivare questo rischio e sappia assumersi -senza timidezze- la coscienza e la responsabilità di sé.



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