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Salute

Trieste, Italia, Mondo, anno 2017

Pubblicato: 02/10/2017 alle 1:58 pm   /   da   /   commenti (0)

Il mondo è cambiato. La pratica analitica e la terapia, sono cambiate.
E io mi sento in perenne ritardo sulle evoluzioni di un universo così veloce come quello della rete e del mondo di tecnologie che vi sono legate.

Ho pazienti che mi hanno contattata via mail o via sms.

Pazienti che ho in carico, sono stati soliti richiedere un cambio di appuntamento via sms. Prima dell’incontro iniziale, sono stati a ricercarmi su Google per poterne sapere di più di me.

Quando sono arrivati, erano a conoscenza di ogni cosa riguardasse la mia vita, chi fossero i miei genitori, che lavoro facesse mio marito, la foto del compleanno di mio figlio, quali fossero i miei interessi, hanno visto foto delle mie vacanze.

Pazienti mi inoltravano i propri sogni via mail.

Alcuni, trasferendosi in altre città, mi hanno chiesto di proseguire il cammino iniziato via skype.

La rivoluzione del cyberspazio detta nuove condizioni per ristabilire i confini professionali, e io mi domando cosa fare. Adeguarmi? Ma poi, mi chiedo, devo cambiare? E cosa devo cambiare?

Rifletto su quanto avviene in seduta, visualizzo lo studio, la sua luce, la sua atmosfera, inspiro il senso di quanto vi avviene dentro.

Ci sono io.

C’è il paziente.

E ci sono le sue storie. Ci sono i suoi sogni. Ci sono i suoi stati d’animo. Le sue fantasie. Le sue angosce. Ci sono i suoi sentimenti, che si intrecciano, si scambiano, e possono dare vita a qualcosa di nuovo, ad un germoglio che impiegherà chissà quanto tempo a sbocciare (i risultati di una terapia, la risoluzione di un sintomo..).

E poi c’è la stanza che ci accoglie. Tre poltrone, una scrivania, due librerie, un tappeto, e un’atmosfera che consente l’addentrarsi nel mondo ipotetico, possibile e probabile del come se. una zona perenne di penombra profonda e densa.

Una zona in penombra che forse, rifletto, non è così dissimile dalla stanza di chi, da dietro uno schermo, si racconta in chat lines, o sugli album di foto di facebook, o che twitta pensieri intimi ad un pubblico invisibile e insaziabile, proiettando aspetti di sé che difficilmente potrebbero uscire allo scoperto nella realtà concreta, e che invece prendono corpo in un avatar, all’interno di un gioco di ruolo, in un gioco di finzione.

Noi siamo sempre, di nuovo, la storia che narriamo di noi stessi e su noi stessi. La nostra identità si costruisce tramite il nostro farsi narranza, un insieme inestricabile di fatti e di creatività, di fiction e storia vissuta.

La nostra fabula narrata in rete, dentro una chat, ha la stessa struttura di un récit de fiction, la si compone in uno spazio familiare, dove ci si sente comodi, dove non si fronteggia il pudore di uno sguardo, procede a zig zag con una propria sintattica, semantica, pragmatica, e termina senza l’intralcio di un saluto.

Non conosco al mondo un altro luogo in cui si verifichi questa messinscena se non la stanza di terapia, dove i protagonisti indiscussi, i sogni.. le fantasie.. possono essere considerati, se non virtuali, pur sempre smaterializzati, abitanti di un luogo parallelo, che difficilmente possono essere ridotti a realtà oggettiva.

Il mondo è cambiato. La pratica analitica e la terapia, sono cambiate.

Ma in fondo, lo sono davvero?

La fantasia, il mondo immaginato e sognato nella stanza di terapia, così come il cyberspazio, offrono quella dimensione narrativa in cui ogni relazione si annicchia e si invischia, e forse un biglietto per una passeggiata nell’inconscio.

Dott.ssa Simona Corsi – Psicoterapeuta

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