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Approfondimenti

Riforma della PA, caso Sanremo e… milite ignoto

Pubblicato: 23/11/2015 alle 6:46 pm   /   da   /   commenti (0)

Dopo la vicenda Sanremo e altri casi in cui alcuni dipendenti sono stati “pizzicati” in orario di servizio a fare diciamo così, “altro”, ovviamente la stampa si è scatenata (anche giustamente) sui fannulloni, infedeli, ecc. Ma una riflessione più profonda forse è opportuna.

Innanzitutto vorrei dire che le mele marce non fanno il cesto e anche con tante mele marce non bisogna gettare via tutto il cesto. E poi chiedersi anche il perché del fenomeno, senza volere fare giustificazioni, ma proprio per andare in fondo.

Sulla funzione del servizio pubblico mi sono già espressa in altre occasioni a proposito del settore sanitario. Ora vorrei affrontare un altro punto. E prederò spunto da due riflessioni: una di Nicola Tranfaglia e l’altra di Carlo Mochi Sismondi.

Lo storico Nicola Tranfaglia sul “Fatto quotidiano” del 28 ottobre scrive: “La vera riforma è liberare la P.A. dalla politica” e mette a nudo il nodo centrale che nessuna riforma ha mai sciolto (e forse mai farà), sintetizzabile nella questione innanzitutto del reclutamento del personale della Pubblica Amministrazione e poi della selezione e della formazione della classe dirigente della P.A. Scrive Tranfaglia nell’occhiello riferendosi alla dirigenza devono essere teste pensanti e non meri esecutori di direttive.
Infatti osserva che dalla lettura della riforma (ed è legittimo chiedersi se sia stata veramente scritta, voluta e pensata dalla Madia) “resta solo sullo sfondo, con una perdurante ambiguità, il nodo del rapporto tra politica e amministrazione che appare decisivo nei nostri tempi e sul quale non sembra che le nostre classi dirigenti abbiano maturato idee davvero limpide e chiare. Eppure lo hanno scritto tutti gli ultimi tra i migliori studiosi della P.A. (Massimo Giannini, Sabino Cassese, Guidi Melis): una politica che per decidere, se vuol farlo efficacemente, deve poter contare su una dirigenza consapevole, non composta da automi che eseguono ciecamente ma da soggetti pensanti che siano capaci di tradurre le direttive politiche ricevute in una coerente attività amministrativa. Ma una dirigenza simile non può essere lasciata interamente nella sua selezione, carriera a attribuzione degli incarichi, alla mercé esclusiva della politica.”

E aggiungerei soprattutto se ci riferiamo alla classe politica così come oggi la consociamo e che, fatte salve poche eccezioni, non marca differenze né su un versante né sull’altro dell’arco costituzionale. In questo tipo di politica prevalgono quelle attività che il film Suburra ha così ben illustrato e raccontato, e che emergono continuamente dalle intercettazioni telefoniche: ultimissima quella del sottosegretario beneventano del PD De Caro che afferma “i voti non sono mica gratis”, (sul Fatto del 22 novembre).

Nel’altro schieramento sempre a Benevento, e sempre ambito sanità ricordiamo le famose frasi registrate della De Girolamo.
Questa classe politica, dicevo, non può volere al suo fianco una classe dirigente che sia Civil Service, come la definisce sempre Tranfaglia, rifacendosi all’esempio inglese e francese (piccola curiosità: digitando Civil Service su Wikipendia c’è gran parte dei paesi europei tranne l’Italia, appunto).

No, questa classe politica non può volere al proprio fianco teste pensanti che possano mettere in crisi preparazione, cultura, insomma livelli intellettuali veramente modesti, di politici e manager specie al sud, a giudicare dallo stato in cui lì versano i servizi pubblici, cioè lo Stato appunto.

E infatti quella classe politica si è premunita creando norme che favoriscono selezioni “discrezionali” o, come si ama dire, “fiduciarie” (scimmiottando il modello aziendalistico). Ma cosa sono se non le vecchie e mai defunte “raccomandazioni”? Persino nel mondo sanitario che è veramente una bestemmia. Infatti non è l’efficienza il punto nodale di un sistema para-privatistico, ma la propensione al servilismo, data la condizione di più o meno velato ricatto in cui operano maestranze e dirigenza tenute in perenne precarietà.

Poi a cascata la selezione avviene sempre così, peggiorando di gradino in gradino. Mi hanno raccontato di un politico del sud che interrogato sul perché sostenesse le nomine non dei migliori candidati ma dei peggiori (o i meno peggio) abbia risposto: “Vuoi mettere il favore che riscuoto io se trasformo un asino in un genio?!”

E il favore è rappresentato anche dai voti, come ha sottolineato proprio il suddetto De Caro.

Quindi, diciamolo, non è nemmeno il criterio di “appartenenza” favorito dallo spoil system a decretare l’ascesa e le nomine della PA, ma unicamente il criterio del peggiore.

Sì, a giudicare dai fatti (e non dalle vuote parole) questo si intende per “meritocrazia”, che si parli di formazione, di curriculum, di esperienza, ecc.

Essere competenti dà anche orgoglio e dignità, quindi consapevolezza del ruolo, ma non sono queste le qualità che contano, bensì l’attitudine allo yes man (o alla prostituzione intellettuale e non).

Ecco è così che avviene la selezione della classe dirigente e del pubblico impiego nel suo complesso. Poi ci dovremmo meravigliare che esistono fenomeni come l’assenteismo, i fannulloni, a Sanremo o altrove? O se si muore nelle corsie e nelle sale operatorie o se crollano i ponti e le scuole?

Lo stesso Cantone ha detto in un convegno nel 2014 e riportato dal Quotidianosanità.it a proposito di corruzione: “Siamo l’unico paese che affida la scelta delle cariche agli organismi politici”. Che dire di più?

In questa macchina infernale però (e purtroppo per loro) ci sono anche per pura casualità, frutto di una selezione randomizzata, coloro che quella macchina la amano e per quel che è possibile la fanno ancora girare nel verso giusto, e si caricano anche dei danni fatti da altri. Ma rischiano di rimanere se non stritolati, comunque emarginati e assimilati agli altri.

A questo milite “ignoto” dei servizi pubblici, come lo ha definito Carlo Mochi Sismondi in un bel editoriale su ForumPA, dedichiamo un piccolo monumento all’eroismo mite, silente e laborioso.

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