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Approfondimenti

La globalizzazione che ci piace alcuni esempi di quello che il franchising non può dare.

Pubblicato: 02/11/2017 alle 1:50 pm   /   da   /   commenti (0)

Nell’ultimo articolo dicevo dei problemi che la globalizzazione produce e che arriva anche nelle nostre vite quotidiane: prodotti omologati, metodi di produzione e di lavoro al limite del lecito (e talvolta anche oltre il lecito).
Alcuni studi hanno dimostrato che il numero di multinazionali si va sempre più restringendo, “i 4/10 del controllo di tutte le multinazionali del mondo è in mano a sole 147 multinazionali” e di conseguenza anche della ricchezza, “circa metà della ricchezza è detenuta dall’1% della popolazione mondiale”. 
I numeri fanno sempre una certa impressione.

Ora però voglio parlare di due casi che direttamente conosco e che, certo non cambieranno il volto del mondo, ma testimoniano che un’altra via è possibile.

Il primo è la bottega Equa Tienda nel centro storico di Salerno. Un punto vendita del circuito “Commercio equo e solidale”. Tra i tanti prodotti ce ne sono alcuni davvero originali e “intelligenti” dato che riutilizzano proprio tutto, perfino la carta di giornale o… la cacca di elefante. Sì! I progetti Maximus e Araliya in Sri Lanka producono articoli di cartoleria, molto belli, riciclando questo rifiuto. Gli obiettivi: contribuire alla conservazione degli elefanti, dare lavoro “equo” ai produttori. Come non pensare che la merce è bella anche per l’etica del lavoro e il rispetto dell’ambiente di cui è intrisa! (Per questo progetto si veda http://www.vagamondi.net/)
Davvero un esempio bello di come si può produrre senza stravolgere e mortificare un Paese, anzi, valorizzarne i prodotti, rispettare la popolazione e non farsi catturare da uno sviluppo “malato” i cui effetti sono orami ovunque visibili e intollerabili.
Quando i lavoratoti sono anche produttori e imprenditori, si sottraggono alla schiavizzazione e alla povertà, sono persone produttive e soddisfatte nei loro Pesi d’origine, non hanno perciò necessità di abbandonarli salendo su fatiscenti barconi alla mercé di mercanti di uomini.
Quanto tutto ciò sia importante lo si legge sui volti sorridenti di Chiara e Maria Luisa che contribuiscono a diffondere queste “pillole di sviluppo sano”, un sorriso contagioso anche per chi acquista.

Un altro esempio: il piccolo negozio “Acquamarina”, anche questo nel centro storico di Salerno. Nella coloratissima vetrina sono in esposizione pietre dure, argenti e alcuni bellissimi manufatti di tessuto, sciarpe e foulard etnici. Gli oggetti sono assolutamente esclusivi, dato che Franca, la proprietaria, acquista solo le “materie prime” e poi il suo gusto e la competenza li fanno diventare piccoli capolavori. La provenienza può essere “raccontata” da Franca, che quegli oggetti da anni li cerca, li sceglie, li porta qui dai loro paesi di origine. Rubini, smeraldi, zaffiri e, ovviamente, acquemarine (di varie tipologie, taglio e colore) ma anche pietre più rare, iolite, kyanite, labradorite. Di ogni monile conosce caratteristiche, modalità di lavorazione, il paese o la zona d’origine, e perfino il nome e la storia del venditore da cui è stato acquistato. Le sue mete da alcuni decenni sono: India, Nepal, Indonesia, Tailandia, Hong Kong e, prima che diventassero zone troppo rischiose, anche Pakistan e Afghanistan.
Anche in questo caso i Paesi “terzi” sono mete amate e rispettate, non luoghi di sfruttamento.

Due piccole storie che dimostrano come la “mondializzazione – globalizzazione” non deve avere per forza i connotati negativi che conosciamo. Due piccoli negozi che, però, stoicamente resistono al tornado della crisi.
Qui si incontra un mondo “altro” lontane dalla massificazione. Qui si può scoprire che il rapporto tra cliente e venditore può assomigliare, col tempo, ad una specie di amicizia.

La singolarità che rende ogni individuo unico ed irripetibile è una consapevolezza che si indebolisce o si rafforza anche con gesti semplici e quotidiani, come l’acquisto.
La ripetitività di “merce seriale” ed incontri “anonimi” ci portano in un mondo anonimo e freddo, omologato, che forse può soddisfare il bisogno di merce ma non soddisfa quello di umanità.



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