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Approfondimenti

La carnevalizzazione. Un nuovo concetto di bellezza? Forse no…

Pubblicato: 15/09/2019 alle 4:34 pm   /   da   /   commenti (0)

Moda e fashion con look estrosi, tatuaggi che occupano (deturpano) ampi pezzi di corpi maschili e femminili (connotato di galeotti o pirati fino pochi anni fa, un inediti per i delicati corpi femminili), jeans lisi, anzi con strappi e buchi, capelli e parrucche con colori da tappezzeria (blu, rosso ciliegia), calzature che ricordano quelle dei clown (addio Cenerentola!). E poi piercing, scarnificazioni, vistose catene e anelli a dir poco di cattivo gusto.

Il concetto di bello, si sa, è figlio della sua epoca, tuttavia l’armamentario appena esposto (e a cui altro si potrebbe aggiungere) mette in crisi canoni di bellezza che hanno attraversato secoli.

Infatti qui non si sta parlando di rock –star per i quali l’estrosità è, per così dire, una “divisa d’ordinanza”, né della follia creativa di artisti del passato e del presente. E nemmeno delle tendenze degli anni 60-70 che avevano un significato politico di contestazione. No, qui parliamo di un modo diffuso di vestirsi (e non solo) che attraversa ampi strati della popolazione e che si indirizza volutamente verso il trash, il brutto, il volgare.

Definirle come provocazioni è inadeguato perché questa moda ha un sapore di conformismo dato che si è codificata nel vivere quotidiano. Le epoche “innovative” hanno anche una funzione di rottura verso la società che l’ha preceduta. É vero per le arti, per le scienze e per ogni ambito della vita culturale e sociale.

Ma qui c’è qualcosa di più e di diverso.

Alcune teorie sociologiche (Porcelli cita Langman, Braun, Bakhtin) parlano di fenomeno della carnevalizzazione, inteso comeesibizione e costruzione dei corpi nel tempo della post-modernità”. Secondo questi autori, allo stato, siamo “testimoni di una vera e propria carnevalizzazione della cultura e della società e che i confini che un tempo tenevano a distanza lo spazio trasgressivo del carnevale dalla quotidianità sono implosi” (Giorgio Porcelli, su Salute e società, n. 1/2019).

Negli studi di antropologia culturale la funzione del carnevale è molto chiara: assolve al compito di dar corso, una volta all’anno e in contesti codificati, alla vena trasgressiva che alberga nell’individuo sottoposto a regole e costrizioni sociali. Il carnevale “libera” e “socializza” queste pulsioni incanalandole in tempi e contesti definiti dove la trasgressione è accettata e normata. I latini dicevano “semel in anno licet insanire”. Dopo il carnevale, infatti, si torna alla vita ordinaria, anzi, nel rituale religioso seguono le “ceneri”, che introducono alla quaresima, periodo di penitenza.

I pubblicitari colgono al volo il senso dei tempi: una sintesi la troviamo nello spot che propone  una splendida donna matura (afflitta da perdite urinarie) che va a festeggiare il carnevale (forse a Rio); in aeroporto passa il check in con un costume sfavillante di piume e lustrini, poi a destinazione abbraccia felice il suo toy boy.   

Una società carnevalizzata ha rotto gli argini di spazio e di tempo riservati al grottesco che è debordato in ogni contesto e in ogni momento della vita privata e sociale. Quando la trasgressione rituale ed occasionale divine quotidiana, anche i contorni e i confini della società si alterano. Esaltando l’insolito, il brutto, il volgare siamo certi che anche la nostra interiorità non ne venga condizionata?
Cosa aspettarsi? Avremo un “nuovo” concetto di bellezza?
Parrebbe, così ad occhio, di poter dire che no, non se ne vedono i presupposti. Ma … ai posteri  l’ardua sentenza.

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