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Corpometraggi, Rubriche

Il “Crocefisso” di Antonio Della Gaggia. Un Cristo calvo, scuro e inquieto come un Luogo dell’Anima

Pubblicato: 14/10/2014 alle 1:24 pm   /   da   /   commenti (0)

Antonio Della Gaggia è ovviamente un artista immenso.
La sua mostra Metamorphosis di questa estate a Pollica (dal 13 luglio al 10 agosto presso il Castello dei Principi Capano) ha avuto una risonanza straordinaria.

Tutte le sue ‘sculture (su) quadro’ sono delle tavole Rorschach, nei mille rivoli ognuno vede risucchiata qualche falda segreta di se stesso, finendo ognuno in qualche proprio e soggettivo Luogo, probabilmente il Luogo del proprio Spavento o il Luogo del proprio Incanto che poi, è quasi sempre -per ognuno- un solo e medesimo Luogo.

Ma poi, in tutte le ‘sculture (su) quadro’, c’è sempre qualcosa che germoglia da qualche parte, e tutto si apre ancora altrove, su un’Altra Cosa (Jacques Lacan).

È di anima dunque, che qui si dice, di anima dicendo di arte, attorno ad un’Opera, ad un incontro. Ad un intreccio di vite e di vissuti, si sarebbe detto un tempo. Oggi si dice ‘di relazioni e connessioni’.

Negli anni novanta, molti si sono trovati di fronte,  nel Chiostro del Convento dei frati francescani di Pollica, ad un Cristo Calvo, solo e dolente. E qualcuno, di lì, non è  riuscito più ad andare via.

Un Cristo Calvo, solo e dolente. Ma ne avverti la presenza. C’è qualcuno, lì, quando lui sta seduto di fronte a te. Guarda, non so che cosa sia. (Philip Roth, La macchia umana)

Qualcuno è dovuto tornare ogni volta, come se quel Cristo avesse -ogni volta- ancora Qualcosa, da dirgli.

‘Dovere’ essere lì, in ascolto di risonanze, come –forse- in una sorta di Luogo Oscuro (James Ellroy), ancora un ultimo Conto ancestrale, da regolare.

Il Cristo Calvo del Convento di Pollica, come un Luogo di qualche Anima.

Adesso che è passato tanto tempo, che il Cristo Calvo non è più nel Convento, e nel Convento non ci sono più i frati ed in fondo non c’è più neanche il Convento (attualmente è Chiuso e Vuoto, disabitato), adesso –forse- deve essere di nuovo il tempo.

C’è da ascoltare Antonio Della Gaggia, c’è da ascoltare Qualcosa o Tutto sul suo Cristo Calvo, la grandiosa scultura raffigurante un uomo solo e dolente, la solitudine e la dolenza dell’Uomo, forse.

Con il suo Crocefisso,  Antonio Della Gaggia ha cercato di fermare Qualcosa in qualcosa, un lutto troppo lungo ed in-elaborabile, cui ha cercato (finalmente) di Dare Corpo fuori dal proprio corpo, ‘portare fuori’ la sofferenza, portarla in un’immagine attorno a cui poterla simbolizzare.

Il Crocefisso era quindi anche un Cristo-padre, ma subito dopo, e molto di più, il racconto di ogni Luogo in cui l’Uomo è umiliato, rasato, sottomesso. Non più solo una malattia o una morte di un uomo, ma la Malattia e la Morte dell’Uomo, in tutte le frontiere non più  rimediabili della Storia.

Ci sarebbe stato molto da ascoltare a quel tempo, se fosse stato un tempo di ascolto. Se non fosse stato un tempo chiuso e banale, di radicalità ideologiche e risentimenti, materiali psichici di risulta.

E così il Cristo calvo fu mortificato nell’essere pensato irriverente di una irriverenza banale, un Cristo scolpito da un comunista, un Cristo non ricevibile. Il cavallo di Troia, con troppi fantasmi nel ventre, di quelli che di notte assalgono le mura da dentro le mura. Tutte le Risposte e tutte le Certezze di quei credenti non ancora adulti.

C’era qualcosa di grandioso, dolcissimo e non capito, in un comunista che porta Cristo dentro un Convento, dove –stranamente- un Cristo ancora non c’era. E stranamente, quei credenti, non ancora abbastanza adulti, manco se ne erano accorti che un Cristo, lì, ancora non c’era.

C’era qualcosa d’incompreso, forse perché era un Cristo scuro come un tronco di ciliegio, era il Cristo nero, era il paria.

Forse perché  era il Cristo inquieto: la Sua Figura si snoda dal centro (da dove, sennò?), dal ventre, dalla sua umanità pulsante ed irrimediabile, che non può venire elusa, e non può essere nascosta. Per quanto possa essere coperta, comunque non potrà mai essere nascosta.

Forse perché era un Cristo calvo, umiliato, sottomesso. Il Cristo ‘inguardabile’ che ‘spaventa’ i ‘bambini’. Appunto. La fede acerba, il credente esile, non adulto.

Sicuramente perché era il Cristo che non rassicura, che non dà risposte. Il Cristo che non titilla, che non si sta al suo posto, che non sta fermo sulla croce.

Era il Dolore che interroga, il dolore che turba, il dolore che ‘fa questione’.

E così, il Cristo irricevibile non fu ricevuto. Espulso dalla classe. Cacciato fuori dal Luogo Sacro della trascendente Rassicurazione.

Un comunista non credente l’aveva fatto entrare. I credenti l’hanno espulso. Messo al muro. Nel chiostro del Convento. Esposto ad ogni intemperia e ad ogni consunzione.

Messo al muro dai fedeli, dalla politica, dalla stampa. Perché un Cristo che non rassicura è solo un povero cristo, che non fa il suo mestiere, non sa fare il suo mestiere.

E così, prima che si danneggiasse troppo, è stato ripreso e ‘riportato a casa’ e restaurato.

Antonio Della Gaggia ancora si chiede cosa non abbia funzionato, cosa non sia stato ben calibrato. ‘Il consenso è importante: tutte le cose, anche quelle dell’arte, si fanno nelle comunità. Il consenso che non c’è, è quello che più ci interroga’.

Forse ci si potrebbe ancora capire, si potrebbe ancora far pace, riscattare qualcosa o tutto. Si potrebbe ancora vincere qualcosa, si potrebbe ancora riaprire qualche porta. Qualche Cristo potrebbe ancora essere ri-accolto. Tutti i poveri cristi, tutti i sud e tutte le periferie, i capovolti e i periferici, quelli che guardano sempre la terra dal mare.

Ma non erano tempi quelli, non lo sono questi. Lo leggiamo su ogni giornale, un tempo cattivo attraversa quasi tutte le vite.

Neanche questo è il Tempo. A volte si vorrebbe ma non si può. A volte forse si potrebbe, ma non si vuole più. Entrare dentro, cacciare fuori, bussare alle porte, girare alla larga, l’amore, lo spavento, stare al centro, mettersi di lato, tutta la forza e tutta la stanchezza. Un tempo per ogni cosa. Un tempo che è sempre ed un tempo che non è mai.

Adesso lo voglio con me – dice – , adesso ho capito che deve stare con me.

Lo sposto di qua, lo sposto di là. Ma lo vengo a guardare un po’, ogni pomeriggio.  E gli parlo un po’. Ogni pomeriggio, mi parla un po’.

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A. Della Gaggia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo scultore napoletano Antonio Della Gaggia

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