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Nutrizione, Prevenzione, Salute

Dieta: tra mente e corpo

Pubblicato: 05/03/2010 alle 3:14 pm   /   da   /   commenti (0)

Si dice sempre agli altri cosa fare riguardo a tutto, nonostante sia spesso inutile.Ognuno, infatti, sa già cosa sarebbe meglio fare, riguardo a molte cose: il vero punto è che non riesce a farle, perché magari non ha maturato ancora, dentro di sé, le condizioni per riuscirci.

Sono premesse spesso dimenticate, anche a proposito della dieta

Un numero crescente di persone ha sempre meno tempo da dedicare alla scelta degli alimenti ed alla preparazione dei pasti: si pone il problema dell’alimentazione non in termini di disponibilità ma come difficoltà di scelta e di rapporto con il cibo.

Il cibo, simbolo della gratificazione e del benessere della società, ha perso il suo valore nutrizionale e funzionale ed ha acquisito, da una parte, valenze seduttive (pronto a colmare vuoti e monotonia ed a rassicurare persone stressate e stanche), dall’altra, intrinseca pericolosità, diventando ingannevole e spesso nocivo.

Così, di fronte all’espansione epidemica di obesità e disturbi del comportamento alimentare, emerge la necessità di aiutare il paziente a trovare un equilibrio alimentare, coerente con i propri ritmi di vita e di lavoro.

È inutile, infatti, estendere una dieta perfetta, se poi questa non sarà mai praticata, perché lontana dalle proprie esigenze di lavoro, di orari, di organizzazione quotidiana…

Invece, sarebbe opportuno proporre programmi personalizzati che integrino la valutazione clinico- metabolica- strutturale con la dimensione nutrizionale- psicologica- comportamentale.

Troppe volte diciamo al paziente solo quello che va fatto…, in realtà, dovremmo attivare una relazione terapeutica che attraverso l’ascolto, l’osservazione ed il monitoraggio, tenda a ripristinare la comunicazione del paziente con il proprio corpo.

Spesso, c’è solo bisogno di un sostegno che, in equilibrio tra cultura e buon senso, offra al paziente spunti di riflessione e la prospettiva di percorrere strade diverse e di provare soluzioni diverse al suo problema.

Il primo colloquio diventa, così, fondamentale per attivare un processo conoscitivo strategico che, partendo dal corpo e dall’analisi del comportamento alimentare, faccia esprimere al paziente le sue motivazioni, e per inquadrare il caso nella giusta cornice biosociale.

Un processo – dieta che parta solo dalla prescrizione terapeutica, dall’obbligo legato alla malattia, è così triste e innaturale da non potere durare a lungo.

Un processo partito dal paziente, invece, è inevitabilmente collegato alla sua vita, a suggestioni belle e soggettive (rinnovare l’immagine, il guardaroba, essere più dinamici, più seduttivi, sentirsi più leggeri e in forma). È un processo suo, che gli appartiene, che può avere a che fare con i suoi desideri e i suoi sogni.

La dieta, in tal modo, è più probabile che sia svolta fin in fondo, poiché il suo svolgimento è più naturale e spontaneo: il piacere degli esiti può “far sentire di meno” lo sforzo.

L’inizio della dieta corrisponde ad una “rinascita” e ogni nascita presuppone l’inizio di una comunicazione che si concretizza con l’essere nutriti, ascoltati, apprezzati, compresi; in questo senso, il programma alimentare rappresenta il nutrimento ma serve a recuperare la capacità di gestione del corpo ed attiva una relazione terapeutica che facilita l’osservazione e l’ascolto di se stessi.

Come tutti i processi di cambiamento, però, il tempo risulta la variabile più importante per il raggiungimento dell’obiettivo: personalità con vario grado di motivazione al cambiamento richiedono misure di intensità diversa, per cui il tempo e la costanza dei controlli diventano gli elementi determinanti del successo terapeutico per la maggioranza degli pazienti.

Meglio, dunque, aspettare i tempi del paziente e vedere riuscita una dieta, piuttosto che riferirsi solo a protocolli e tabelle.

Da qui emerge, quindi, tutta la necessità di un modo psicologico di gestire il paziente: difficilmente una dieta può avere gli esiti attesi, se non si indagano prima i perché di un certo tipo di rapporto con il cibo.

Da dove vengono quei chili in più? Cosa significano? Cosa compensa il cibo? Perché è stata scelta proprio quella modalità di compenso? Qual è la causa prevalente dell’iperalimentazione in quello specifico caso?

E sono maturate le condizioni psicologiche – motivazionali per intervenire sul compenso-cibo? Può, il paziente, farne a meno “qui e ora”? Non si rischia un maggiore disequilibrio, un rimedio peggiore del male?

Nei casi in cui, toccando il rapporto con il cibo, si toccano molti punti profondi, delicati e complessi della persona, sarebbe opportuno che il medico, il nutrizionista si accompagnasse ad altre professionalità (in particolare lo psicologo), per valutarne con appropriatezza gli altri aspetti (psicologici, relazionali, antropologici, culturali, sociali…).

Esiste la necessità di una nuova cultura della nutrizione che ‘superi’ le varie competenze specialistiche e riesca a coniugare le conoscenze proprie della professione con quelle della comunicazione, della psicologia e del consumo.

Medici, nutrizionisti, psicologi ed altri professionisti del settore, hanno la possibilità di essere (e di sentirsi) meno soli: ogni volta che una dieta segna il passo, il lavoro si può svolgere meglio, in una più compiuta logica interdisciplinare.

Dott. Catello Parmentola – Psicologo
Dott.ssa Mariarosaria Galdi – Biologa nutrizionista

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