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Come la globalizzazione condiziona il nostro shopping

Pubblicato: 08/10/2017 alle 5:51 pm   /   da   /   commenti (0)

Ovunque hanno preso piede i negozi monomarca e i cosiddetti franchising. I dati ci dicono che nel 2014 erano 52.000 i punti vendita in Italia e 900 le aziende franchisor. Sia che si tratti di abbigliamento, profumeria, arredo o supermercati, in questi negozi la prima impressione è quella di trovarsi in un mare di offerte, novità, grande scelta. 

Ma le cose stanno veramente così? Se guardiamo con più attenzione la prospettiva cambia. In qualunque città ci troviamo nei franchising il prodotto è standardizzato, omologato e, se vogliamo, un tantino monotono. Perfino l’ambientazione è molto simile. Manca l’unicità, l’originalità, la caratterizzazione che solo il singolo negoziante può dare al suo punto vendita e ai prodotti che offre.

Per non parlare del “mondo” che c’è dietro e che non può non interessarci: come avviene il processo di produzione, la lavorazione, lo scambio, la vendita? In quali condizioni il personale lavora? Ha una giusta remunerazione? Le inchieste giornalistiche sulla Ryanair hanno messo a nudo il mondo low cost svelando cosa c’è dietro i prezzi bassi: turni stressanti per piloti e personale di volo, retribuzioni non adeguate, non pochi disagi per i viaggiatori (limiti per orari, scali, bagagli, ecc.).

Ma torniamo ai negozi: dicevamo che trovare l’unicità è praticamente impossibile. Oramai tutto, o quasi, è d’importazione. Le etichette del made in Italy sono sparite rimpiazzate quasi esclusivamente dal made in China (RPC) o prodotte nei cosiddetti Paesi “terzi” (Vietnam, Cambogia, ecc).  Ed è proprio in questi Paesi che i grossi marchi (moda, agricoltura, ecc.) hanno il loro business: prelevano materie prime e/o utilizzano mano d’opera tanto a buon mercato da sconfinare nella schiavitù  e a volte lavorano anche bambini. Da qui poi confluiscono nel mercato mondiale e nella grande distribuzione. Si innesca, così, un meccanismo che diventa via via sempre più malato: lo sfruttamento dei lavoratori dalla produzione si ripercuote anche nei punti vendita dove il criterio di utilizzo della manodopera resta se non uguale, simile (chiedere a qualche commessa). Ma i prodotti, si obietterà, sono più economici e il cliente troverà la sua convenienza. É veramente così? Fateci caso: la merce con prezzo veramente basso è anche di qualità molto scadente. Oppure nei supermercati le offerte riguardano prodotti che non comprereste se non fossero scontati http://www.rivistainforma.it/saldi-offerte-c/ La merce di “gamma alta” invece ha sempre il suo bel prezzo che distingue anche il target di rifermento (i marchi del fashion non scendono mai sotto una certa fascia di prezzo). Quindi a chi conviene davvero?

Guardando “oltre e dentro” questo fenomeno l’effetto principale e globale appare l’impoverimento che, dalla fonte (i Paesi terzi, detti eufemisticamente “in via di sviluppo”), arriva a valle del processo produttivo e si perpetua inesorabilmente fino a noi.

È la globalizzazione, bellezza! viene da dire. È il prezzo dello sviluppo, della modernità! http://www.rivistainforma.it/benessere-e-fame-nel-mondo/

Sembra una strada senza ritorno. Immaginarne una diversa è impossibile? Non credo. Farò qualche esempio nella prossima… puntata.



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