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Nutrizione, Salute

Cibo e affetto: bulimia

Pubblicato: 17/05/2016 alle 6:21 pm   /   da   /   commenti (0)

Il termine bulimia viene usato già da Galeno, ancor prima da Ippocrate e da Aristotele, per definire una fame enorme, smisurata. La bulimia come l’anoressia sono patologie limite in cui si evidenziano un cattivo rapporto con il cibo. L’ingestione del cibo è vorace, caotica, compulsiva, con scarsa attenzione al gusto e al sapore. Quasi sempre i bulimici provano la sensazione di non riuscire a smettere di mangiare, fino a che non intervengono dolore, tensione addominale, esaurimento di cibo. Alle crisi fanno seguito sentimenti di colpa, di vergogna, di autodisprezzo e disgusto di sé.

Nei disturbi alimentari esiste una stretta relazione tra cibo e affetto. Il bambino già dall’allattamento, sperimenta sia il bisogno naturale di nutrirsi sia il piacere legato alla zona orale. In ogni poppata il bambino soddisfa sia il bisogno fisiologico che il desiderio di piacere e affetto. La madre rappresenta da un lato nutrimento e dall’altro si mostra come persona di riferimento che dà attenzione. Il cibo diventa un momento di condivisione emotiva. Ad esempio, per spiegare la relazione cibo-affetto, possiamo dire che una bambina di poche settimane, trovatasi in una sensazione di pericolo, cerca continuamente il seno; non perché avesse fame, ma solo per ridurre la tensione interiore, per sentirsi al sicuro, protetta.

L’apprendimento del comportamento alimentare, avviene già dalla nascita, per cui la mancanza di risposte adeguate ai suoi bisogni, crea nel bambino uno stato di confusione (doppi messaggi) tale da renderlo incapace di distinguere impulsi biologici da esperienze emotive che ne derivano. E’ fondamentale che si realizzi una continuità affettiva tra madre e figlio in modo tale da condurre il bambino a sviluppare il processo di “separazione-individuazione” senza traumi. I/Le pazienti bulimiche hanno difficoltà a separarsi dalla madre. Una madre “sufficientemente buona” permette al bambino di passare da una fase di dipendenza a una fase di graduale acquisizione dell’indipendenza, agevolandolo con la presenza di uno spazio di transizione, in modo da far sperimentare al bambino l’angoscia abbandonica. L’atto di abbuffarsi sta a rappresentare la difesa nei confronti di una inconscia paura di abbandono.

Il bulimico non mangia per piacere, ma per abbuffarsi; abbuffarsi non è piacere ma solo distensione, caduta di tensione. Quando ci si abbuffa, non si mangia per piacere, ma per riempirsi: questa è la dinamica del bulimico. Nella bulimia si escludere il piacere per il bisogno. Il corpo rappresenta tutta l’ansia e l’angoscia del bisogno dell’affetto-cibo; il corpo diventa un contenitore passivo e la tendenza a riempirsi e ad ingozzarsi spesso non ha fine. Il bulimico tenta di colmare un vuoto, di cercare affetto, di rendere più accettabile una perdita, ed esprime tutta la sua aggressività nell’ingerire grandi quantità di cibo; e le condotte di eliminazione rappresentano il conflitto tra il bisogno e il desiderio di respingere… qualcosa o qualcuno!

Le “scelte” alimentari che si fanno durante le crisi bulimiche sono spesso le stesse, si passa dal dolce al salato, svuotando frigorifero e/o mobili scegliendo tutto ciò che non ci si concede durante il resto dei giorni. Infatti i bulimici conoscono molto bene alimenti, nutrienti e apporti calorici e cercano di condurre un’alimentazione ultrasana proprio come gli anoressici, ma differenza di questi ultimi la superrestrizione dura finché non succede qualcosa che perturba il loro “equilibrio” e sopraggiunge la crisi. Tutto questo avviene in modo più o meno cosciente, quello che viene comunemente riconosciuto dal paziente bulimico è la perdita di “razionalità” e realtà durante l’abbuffata; si pensa solo a ingerire quanto più cibo possibile, cibo proibito, masticando bene o scegliendo alimenti friabili e che si sciolgono per facilitare lo svuotamento successivo. È intuibile che un’ educazione alimentare non è per niente utile con questi pazienti, l’approccio che serve coinvolge più figure, soprattutto quella dello psicoterapeuta.

Non si può parlare di Emotional Eating perché quello che si ricerca non è l’effetto che i nutrienti hanno sulla produzione ormonale e sulle sensazioni legate al gusto, ma non è detto che non possa essere presente anche questo tratto nel paziente bulimico, infatti non vi sono dei valori di indice di massa corporeo di riferimento per la diagnosi di bulimia; il BMI di questi pazienti può variare molto a seconda del numero di crisi e della frequenza delle stesse e del tipo di alimentazione che si conduce tra un momento e l’altro di attacco di fame, invece, è facile che ci siano delle forti oscillazioni di peso in questi pazienti.

Dott.ssa Sonia Sorgente – Psicologa
Dott.ssa Federica Marchese – Biologo Nutrizionista

Studio Psiche&Nutrizione – Pellezzano (SA)



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