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Alterdiversità – Appunti socialmente scorretti sull’inabilità ed altre diversità

Pubblicato: 07/11/2014 alle 6:02 pm   /   da   /   commenti (0)

Menomato, invalido, inabile, disabile, in un crescendo ribaltante, più superficiale che ipocrita, fino al “diversamente abile”. Ma così fantomatica questa ritrovata straordinarietà che l’abile si trasforma presto in labile.

Muto nome e rovescio il mio destino. Non così per il muto; se il cieco è non vedente, se il sordo è non udente, perché il muto non è non parlante? Afono permanente, silenziato totale? Scegliete voi il neologismo che vi aggrada. Vi astenete? Non vi servirà a nulla lavarvene le mani; le recenti cronache politiche c’insegnano che l’astenuto è pur sempre un diversamente favorevole. E proprio la burocrazia, anche fuori dal campo della patologia, ha creato altre figure polimorfe: il bidello è non docente, la suora non predicante, l’infermiere è paramedico (per quanto, spesso, ne sappia più del dottore). Annoveriamo poi – creatura tutta italica – il doppiamente abile: il falso invalido, che ruba a destra e a manca (avete colto il riferimento alla sinistra vacante?)

È per dare voce all’ottimismo o per mettere a tacere la cattiva coscienza che sentiamo il bisogno di chiamare “tricolabile” il pelato… pardon: il calvo, o “verticalmente svantaggiato” un nano? Così l’infermo si trasforma in diversamente mobile, l’obeso è pluralisticamente magro, e il povero, infine, diversamente benestante. E da qui il salto a diversi diversi è automatico: il nero è cromaticamente accumulato, il meridionale latitudinalmente subordinato e l’ebreo spiritualmente separato o, meglio,  spiritosamente isolato – l’umorismo ebraico è come il suo cibo: unico. Fino al diverso tout court che allora deve mutarsi in “ugualmente uguale”.

Tutta una questione linguistica, si dirà; ma dare nome alle cose è dar vita al mondo per renderlo stabile. E qui, linguisticamente, la questione s’intrica. Se disabile è il contrario di valido, quale sarà l’opposto di diversamente abile? Inversamente inetto? Pseudocapace? Si obietterà che il danno risiede tutto nel malsano (che bella parola: contiene in sé un ossimoro illuminante perché se la malattia è un’illusione, allora la guarigione è una vanità), il male, dicevamo, risiede tutto nel bisogno di creare opposti. La globalizzazione tende i suoi lunghi tentacoli fino al confine fra il bene e il male, riducendolo a poco più di una sfumatura (ma dubitiamo che sia davvero giunta a maturazione). A tendere una linea di demarcazione fra il bene e il male resta, ultimo baluardo, la diversità. Così come è la somma che fa il totale, è la vera diversità a fare la differenza. La biodiversità, minacciata dallo sterminio e dalla globalizzazione, è la condizione necessaria alla vita; lo stretto, indissolubile connubio è già tutto espresso nel termine che la indica: bio-diversità. Non solo; più in piccolo – un ambito non meno importante – la diversità fa bene anche alla coppia, lo sanno bene gli omossessuali, da sempre indicati come “diversi” per eccellenza (non sono forse i soli autenticamente diversamente erotici?).

Ma in cosa il diversamente abile è davvero uguale al normodotato? (Tra parentesi, cosa vuol dire “entrare nella norma”? Far parte di un cast; e sempre più spesso, sui palcoscenici dei teatri del mondo, vediamo esibirsi abili e non, tutti, se variegatamente talentuosi, ugualmente cani.) Dicevamo dell’uguaglianza fra gli uni e gli altri: sono simili nell’anima, uguali nella mente? No! Paladino della diversità assoluta, nego che chi sia piegato e piagato nel corpo non lo sia, di riflesso, anche nell’anima – qualsiasi cosa questo termine possa indicare. L’anima di uno zoppo (equilibristicamente oscillante) ondeggia anch’essa, in cerca di un equilibrio che vacilla mentre lui rincorre la sua bella incapace di riconoscere nella bestia che la insegue le fattezze del principe che in realtà egli è. Perché il disabile si muta, con un bacio, in più e diversamente abile solo nelle fiabe. Nella realtà la malia che avvolge il suo piede lo fa somigliante più a un demone dalle appendici equine, a un animale, dunque, a una bestia. E se tante sono le creature che abitano il pianeta, solo l’uomo è diversamente animale, ovverosia ugualmente bestia e dunque il solo veramente inumano.

Roberto Lombardi – Attore

Il presente articolo è presente a pagina 7 della pubblicazione numero 20 di Informa – Ecologia del benessere. Scarica il PDF della pagina o sfogliala da qui:

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